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I leader europei parlano di crescita

I leader europei parlano di crescita

I leader europei hanno cercato di evitare che la crisi finanziaria possa trasformarsi in un vero e proprio tracollo economico, tanto da riorientare la loro attenzione dai pacchetti di austerità fino alle politiche per rilanciare la crescita. Il primo vertice europeo dal mese di febbraio 2010 non sarà distratto dal dramma del debito greco e dalla sua minaccia per la moneta unica, che ha già visto in passato degli scontri tra David Cameron e il presidente francese Nicolas Sarkozy.

Ci sono ancora in ballo delle dispute sul fondo di salvataggio della zona euro e il crescente disagio del nuovo patto fiscale della zona euro stessa, volto a prevenire una replica della crisi del debito, è crescente. I leader ora cercano di far quadrare il cerchio pensando a come stimolare la crescita in un’epoca di gravi pacchetti di austerità che stanno cominciando a colpire le economie reali d’Europa, sotto forma di una crescente disoccupazione, di contrazione del PIL e della mancanza di credito per le imprese e per le famiglie.

La cruda realtà delle sfide che i leader europei devono affrontare è stata portata avanti dalla Spagna e dal suo nuovo primo ministro, Mariano Rajoy, il quale ha detto ai suoi colleghi che il deficit di bilancio del suo paese, per quest’anno, sarebbe stato del 5,8% anziché del 4,4% .

Con l’eccezione di David Cameron e del suo collega ceco, 25 dei 27 capi di governo hanno firmato il nuovo patto fiscale, volto a risolvere la crisi del debito in Europa fissando dei limiti costituzionali sui livelli di debito pubblico e di deficit di bilancio.

E’ chiaro che per la Spagna sarà difficile raggiungere gli obiettivi vincolanti mentre da poco sembra che anche i Paesi Bassi potrebbero avere qualche problema.

Mentre tutti sono d’accordo sulla necessità per la crescita, ci sono delle dispute sui mezzi con cui raggiungere, con la Gran Bretagna che è il maggiore fautore della liberalizzazione, contrastata dal presidente francese.

USA, i consumatori si sentono più fiduciosi, parte 2

USA, i consumatori si sentono più fiduciosi, parte 2

Abbiamo detto che negli USA i consumatori si sentono più fiduciosi, anche considerando che migliora la situazione lavorativa del paese. Negli ultimi tempi, infatti, il dato a quattro settimane della media delle persone che sono in cerca di un sussidio di disoccupazione è sceso al punto più basso da quattro anni.

Anche il mercato immobiliare, anche se ancora debole, sta mostrando segni di ripresa. I valori delle case sono ancora bassi, secondo l’ultimo snapshot eseguito da Standard & Poor. Ma sono quasi di più le persone che hanno firmato dei contratti per l’acquisto di abitazioni nel mese di gennaio che negli ultimi due anni, quasi, secondo i dati destagionalizzati dalla National Association of Realtors.

In un rapporto separato, il Dipartimento del Commercio ha detto che le imprese statunitensi hanno ridotto la spesa per macchinari e attrezzature nel mese di gennaio, il che ha causato un calo negli ordini dei beni durevoli del 4 per cento, il più grande calo mensile da tre anni a questa parte.

Ma gli economisti hanno suggerito che il calo è stato in gran parte dovuto alla fatto che la maggior parte delle grandi imprese hanno effettuato acquisti, alla fine dello scorso anno, per qualificarsi per il credito d’imposta, scaduto alla fine del mese di dicembre. Ecco che dunque il calo si è avuto dopo l’impennata del mese di dicembre, che è stata invece il massimo storico.

I beni durevoli, invece, ovvero i prodotti come elettrodomestici e automobili, che dovrebbero durare almeno tre anni, tendono a fluttuare notevolmente da un mese all’altro. La tendenza generale degli ordinativi è aumentata invece in maniera costante da quasi tre anni ad oggi.

Effettivamente non c’è alcuna evidenza di rallentamento di base dell’economia industriale, così si prevede oggi un rimbalzo nei dati del mese di febbraio e il riemergere della tendenza al rialzo nei prossimi due mesi.

USA, i consumatori si sentono più fiduciosi

USA, i consumatori si sentono più fiduciosi

Il Conference Board Consumer Confidence Index, molto importante per valutare la situazione della fiducia del mercato americano, è pari al 70,8, significativamente superiore al 63 delle previsioni. Una lettura di 90 o superiore indica una sana economia, in ripresa. Fino ad ora questo indice non ha mai raggiunto tale livello dal dicembre 2007, quando è iniziata la recessione. Eppure, questa settimana i numeri hanno messo in evidenza una economia più stabile.

Un anno fa, l’indice è salito a quota 72, con le prospettive economiche che stavano migliorando. La lettura di febbraio 2011 è la più alta da prima della crisi finanziaria, nell’autunno del 2008. Dopo di che, le prospettive hanno fatto perdere terreno a questo indicatore durante la primavera e l’estate.

Lynn Franco, direttore del Conference Board Consumer Research, spera che la tendenza al rialzo possa riuscire a resistere, almeno questa volta. I consumatori dovrebbero veramente sentirsi come se il peggio fosse oramai alle spalle. Stiamo vedendo finalmente un po’ di ripresa e si spera che nel corso dei prossimi mesi la ripresa stessa si rivelerà sostenibile.

L’indice è sceso al minimo storico di 25,3 nel febbraio 2009. Negli ultimi 12 mesi, si sta andando avanti e indietro a seconda delle maggiori o minori preoccupazioni sull’economia. In effetti, la fiducia è scesa, lo scorso ottobre, a 40,9 , il dato più basso dal marzo 2009, durante la piena fase della recessione.

L’indagine del Conference Board sui consumatori, condotta dal 1 febbraio fino al 15 febbraio, ha mostrato che gli acquirenti per ora stanno meglio sul mercato del lavoro. Gli acquirenti hanno effettivamente delle buone ragioni per sentirsi meglio in merito al mercato. Il governo ha riferito che sono stati 243.000 i posti di lavoro aggiunti nel mese di gennaio, il che ha portato il  tasso di disoccupazione all’8,3 per cento, il dato più basso da tre anni a questa parte. La disoccupazione è scesa dunque per ben cinque mesi di seguito, cosa che l’ultima volta era accaduto nel 1994.

USA, i consumatori si sentono più fiduciosi della ripresa economica

USA, i consumatori si sentono più fiduciosi della ripresa economica

Gli americani si sentono meglio nei riguardi dell’economia, ma durerà questa volta? Il barometro della fiducia dei consumatori è salito nel mese di febbraio al suo livello più alto da un anno a questa parte, mentre gli americani hanno preso atto del miglioramento delle prospettive di lavoro tra amici e familiari e del calo della disoccupazione, che ora al minimo da tre anni.

La valutazione sono state pubblicate ieri da un gruppo di ricerca privato e riflettono un atteggiamento più ottimista circa la ripresa della nazione. Questo è un grande vantaggio per il presidente Obama in vista della rielezione. L’economia si sta riprendendo e chiaramente gli acquirenti sono più ottimisti sulle loro prospettive di lavoro.

L’aumento della fiducia dei consumatori ha dato fiducia a Wall Street, aiutandola a recuperare l’ultimo tratto di terreno perduto prima di precipitare nella recessione. Il Dow Jones Industrial Average chiude sopra i 13.000 punti, per la prima volta dal 19 maggio 2008, quattro mesi prima della caduta della banca d’affari Lehman Brothers e del peggio della crisi finanziaria.

La fiducia dei consumatori è tuttavia ancora al di sotto del livello di un’economia sana. L’aumento dei prezzi del gas potrebbero macchiare l’umore di chi ama fare shopping e far deragliare la ripresa economica. Ci sono anche timori circa una resa dei conti nucleare con l’Iran e si è ancora preoccupati della crisi del debito europeo. Tali preoccupazioni potrebbero danneggiare la domanda di importazioni degli Stati Uniti e far calare nuovamente le assunzioni.

L’indice di fiducia è strettamente sorvegliato perché la spesa dei consumatori rappresenta il 70 per cento dell’attività economica degli Stati Uniti. Il grosso punto interrogativo, come abbiamo detto, è il prezzo della benzina, che è salito di 20 centesimi al gallone da quando l’indagine è stata conclusa, due settimane fa. Questo prezzo è un grosso problema perché ha un effetto immediato sui portafogli degli acquirenti, soprattutto quelli che guadagnano meno e che stanno già spendendo di più per altri oggetti base, come il cibo.

Lo yen risale leggermente dal suo minimo

Lo yen risale leggermente dal suo minimo

Lo yen si è allontanato dal valore minimo di 9 mesi, creato da una serie di fattori e di accadimenti che si sono sovrapposti. Un deficit commerciale record, un ridotto avanzo di conto corrente e una politica di allentamento decisa a sorpresa da parte della Banca del Giappone, si sono combinati per scatenare quello che è destinato ad essere il più acuto calo mensile dello yen da oltre due anni. Mentre i commercianti credono che la tendenza dello yen debole continuerà, per ora il dollaro è sceso dello 0,2 per cento.

Il rally del dollaro è in stallo un po’ sopra una forte resistenza tecnica a quota 81.62 yen, segnata dal ritracciamento del 61,8 di Fibonacci.

I segnali di miglioramento che vengono dall’economia statunitense e i prezzi del petrolio hanno pesato sul gruppo giapponese, che è del 5 per cento più debole rispetto all’inizio del mese.

Il pullback è piuttosto moderato in questo momento e se si riuscisse a restare al di sopra degli 80 yen per il resto della giornata, si potrebbe vedere un andamento simile dello yen anche nelle prossime settimane.

L’euro è riuscito a guadagnare dal rapporto di cambio con il dollaro USA, con i trader che potrebbero rafforzare ulteriormente la propensione al rischio. La notizia che Standard & Poor ha tagliato il rating sulla Grecia portandolo a “selective default” non è importata molto, dato che gli sforzi che Atene deve fare per alleggerire l’onere del debito avrebbero potuto innescare il downgrade, come effettivamente è stato. La notizia del downgrade della Grecia da parte di S & P arriva in ogni caso poche ore dopo che il parlamento tedesco ha approvato un piano di salvataggio del debito del paese.

Ora secondo un sondaggio, le banche dovranno prendere mezzo miliardo di euro di fondi della BCE, più o meno la stessa somma di denaro presa l’anno scorso. Si tratta di una necessità fatta per cercare di risolvere la crisi del debito sovrano.

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