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La Germania e il controllo del bilancio greco

La Germania e il controllo del bilancio greco

La Germania continua la sua spinta per controllare il budget di Atene, nonostante la scelta sia respinta dalla Grecia e da altri paesi della zona euro. Dietro la scelta del cancelliere Angela Merkel per una stretta supervisione della spesa greca, si trova la crescente frustrazione di Berlino circa il fatto che la Grecia non ha rispettato il patto di riduzione del deficit, né quello di revisione della sua economia, che erano le condizioni fondamentali alla base dei 110 miliardi di euro da avere per il salvataggio.

Con l’Europa che dovrà decidere nelle prossime settimane se dare il nuovo pacchetto di aiuti alla Grecia, la Germania è alla ricerca di un modo per garantire che la Grecia soddisfi la sua parte del patto.

La Merkel ha detto dopo il vertice di lunedì che dei rigorosi controlli dall’esterno sono necessari se un paese non è conforme ai requisiti richiesti. Questo non è il caso di Portogallo o Irlanda, che hanno aderito ai loro programmi di salvataggio, mentre è il caso della Grecia.

I politici greci e i media hanno reagito con rabbia nei giorni scorsi alla pressione della Germania, considerandola una scelta umiliante sulla sovranità nazionale. Addirittura ci si è riferiti a questa scelta come una resa incondizionata del Grecia. Le tensioni tra Berlino e Atene sono sintomo di scarsa fiducia verso il fatto che il programma di salvataggio della Grecia funzionerà, ma anche del fallimento da parte delle élite politiche di trovare una alternativa alla austerità sempre più profonda.

Dal 2010, la Grecia ha costantemente perso terreno verso il tentare di raggiungere i suoi obiettivi di riduzione del deficit di bilancio, grazie ad una combinazione troppo lenta della promessa della revisione economica e ad un peggioramento della recessione causata in parte dai tagli alla spesa e in parte dagli aumenti delle tasse.

Pochi in Europa credono che la Grecia riacquisterà la solvibilità per molti anni. Molti greci sono d’altra parte sempre più convinti che le misure di austerità sono controproducenti.

Il mercato ignora le decisioni di S&P

Il mercato ignora le decisioni di S&P

L’Europa ha fatto un passo indietro dal baratro. Ora, dopo tre settimane, i tassi dei prestito dei titoli a 10 anni dei paesi europei sono scesi a livelli più gestibili, le aste del debito pubblico sono andate meglio, segno che la fiducia degli investitori aumenta. La cosa potrebbe creare imbarazzo soprattutto in Francia, dove il downgrade del suo rating è stato accolto con una scrollata di spalle dao mercati finanziari.

Tutto questo è in netto contrasto con le ultime settimane dello scorso anno, quando paesi come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia, a causa degli imponenti costi di gestione del loro debito, sono stati downgradati.

Gli ostacoli rimangono tuttavia elevati: la Grecia deve ancora trovare un accordo con i suoi creditori privati, per non parlare dei problemi a lungo termine: debito, economia non competitiva e la prospettiva di anni di minima spesa pubblica. Ma per il momento il continente sta respirando.

Il ministro delle finanze portoghese, Vitor Gaspar, dopo il suo paese ha venduto con successo 2,5 miliardi di euro di titoli di debito nazionale, ha azzardato dicendo che la cosa potrebbe essere un buon segno che si possa essere prossimi ad un punto di svolta.

Nonostante il rating AA + , la Francia ha venduto facilmente 9,5 miliardi di euro di debito, a dei tassi di interesse inferiori rispetto alle aste precedenti, quando la sua valutazione era invece AAA. La vendita ha attenuato i timori che il downgrade di S & P sulla Francia possa danneggiare le finanze della seconda economia del continente.

La Spagna ha invece raccolto 6,6 miliardi di euro, molto più di quanto era previsto dal suo obiettivo iniziale, di 3,5 miliardi di euro, con tasso di interesse al 5,4 per cento.

Gli indici azionari in Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Spagna sono saliti e sono di nuovo vicino ai livelli dello scorso agosto, quando la crisi si è estesa in Italia e ha preso una svolta al peggio.

Il prezzo del petrolio è sui 100 dollari al barile

Il prezzo del petrolio è sui 100 dollari al barile

Il prezzo del petrolio si trova a circa 100 dollari al barile, cosa che contribuisce a mantenere i prezzi della benzina molto alti, i più alti di sempre nel nostro paese. Il greggio ha spaziato da circa 98 dollari al barile a circa 102 dollari al barile, questa settimana. Venerdì scorso il prezzo del petrolio era sceso di 2,21 dollari al barile, per chiudere a quota 98,33 a New York. I prezzi del petrolio e della benzina restano alti a causa delle tensioni in Medio Oriente e del problema dell’Europa.

L’Iran ha minacciato di chiudere lo stretto di Hormuz ne,  Golfo Persico, se gli Stati Uniti e gli altri paesi dovessero imporre delle ulteriori sanzioni sul paese a causa del suo presunto programma nucleare. Molti analisti mettono in dubbio il fatto che l’Iran possa creare tale blocco per un periodo di tempo troppo lungo, ma le carenze di approvvigionamento potrebbero causare dei problemi.

I prezzi del gas rischiano di aumentare per lo stesso motivo. Se la situazione dovessero calmarsi, i prezzi al dettaglio del gas potrebbero scendere anche di 25 centesimi o 50 centesimi al gallone, negli USA. Se la situazione dovesse invece peggiorare i prezzi potrebbero invece aumentare di molto. La situazione è molto volatile e potrebbe andare in entrambi i modi.

L’Europa è ancora alle prese con dei problemi di debito che minacciano di guidare la regione in recessione. L’incertezza su come la crisi si giocherà sta contribuendo a mantenere i prezzi del petrolio alti. Anche se di recente l’economia degli Stati Uniti sta migliorando lentamente, molti sembrano dire che le abitudini nate durante la recessione sono dure a terminare. Queste abitudini potrebbero anche portare il prezzo del greggio ancora in alto o comunque che non si abbassano.

La situazione rimane complessa e anche in questo caso dipende molto dall’andamento del debito della zona euro.

Il FMI avverte per la crescita della zona euro

Il FMI avverte per la crescita della zona euro

Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le sue previsioni per la crescita globale di quest’anno e ha esortato la Banca centrale europea ad aumentare la liquidità al fine di evitare una più profonda crisi della zona euro. Lo fa sapere il quotidiano britannico The Daily Telegraph, citando un rapporto che è trapelato ad esso.

Secondo il FMI, l’economia in Italia si contrarrà del 2,2% , mentre in Spagna del 1,7%. Le misure di austerità fiscale hanno spinto più in giù il paese e hanno portato le banche a ridurre i prestiti. La ripresa globale è minacciata da crescenti tensioni nella zona euro, secondo un outlook che dovrebbe essere pubblicato la prossima settimana. La crescita del PIL mondiale dovrebbe essere tagliata dal 4% al 3,3%, con delle revisioni drastiche soprattutto per una serie di paesi dell’Europa meridionale.

La zona euro nel suo complesso si contrarrà dello 0,5%, in calo dalla previsione di crescita dell’1,1% che era stata fatta durante l’ultima previsione del Fondo, nel mese di settembre, una prospettiva decisamente negativa.

Per quanto riguarda la Gran Bretagna, il paese inglese dovrebbe cavarsela con una crescita dello 0,6%, leggermente inferiore alla previsione dello 0,7% fatta dallo UK Office for Budget Responsibility. Il prossimo anno invece la crescita sarà del 2% . Gli Stati Uniti e la Cina rimangono i due principali blocchi di crescita dell’economia mondiale, secondo il giornale. Il Fondo prevede che gli Stati Uniti cresceranno ad un tasso del 1,8%, mentre la Cina dovrebbe crescere ad una quota del 8,2%, in calo rispetto alla previsione del 9%.

La sfida più immediata a livello politico è quella di ristabilire la fiducia e di porre fine alla crisi dell’area dell’euro, sostenendo la crescita. Il FMI ha incoraggiato la BCE a continuare a muoversi verso una politica monetaria che sia più accomodante, al fine di evitare il rischio di una forte stretta creditizia per le banche europee.

La Banca Mondiale e la situazione economica, parte 2

La Banca Mondiale e la situazione economica, parte 2

La Banca Mondiale, che si sta occupando di studiare la crisi mondiale e che ha rivisto al ribasso le stime di crescita, ha detto di non aver, fino ad ora, visto soluzione per risolvere il problema degli ingenti debiti e dei deficit del Giappone e degli Stati Uniti, tanto che la loro crescita lenta potrebbe innescare degli urti improvvisi. Oltre a questo, le tensioni politiche in Medio Oriente e in Nord Africa potrebbero interrompere le forniture di petrolio e aggiungere un altro duro colpo alle prospettive di crescita globali.

Si dice che mentre l’Europa si stia muovendo verso una soluzione a lungo termine dei suoi problemi di debito, i mercati sono rimasti ancora deboli. A conti fatti, la Banca Mondiale ha dichiarato che le condizioni economiche globali sono fragili e che rimane una grande incertezza su come si evolveranno i mercati nel medio termine.

In tale contesto, i paesi in via di sviluppo sono ancora più vulnerabili di quanto non fossero nel 2008, perché si trovano ad affrontare dei flussi di capitale ridotti. Inoltre, molti paesi in via di sviluppo sono più deboli a livello finanziario e non sarebbero in grado di rispondere ad una nuova crisi in maniera vigorosa.

La crescita della Cina potrebbe contribuire a sostenere le importazioni e dà al paese un grande spazio fiscale per rispondere alle condizioni mutevoli del mercato, anche se nessun paese e nessuna regione economica sfuggirà alle conseguenze di una grave recessione. Ora è il momento per i paesi in via di sviluppo di pianificare le modalità di attenuazione dell’impatto di una potenziale crisi.

Tale grave crisi potrebbe manifestarsi in un ridotto flusso commerciali, ma anche con l’inversione dei flussi di capitale, rendendo difficile per i paesi dell’Europa dell’Est e dell’America Latina pagare i loro debiti in scadenza con tranquillità e una certa puntualità.

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